Boccea, pomeridiana bellezza di una casa dove tornare
Quando sento parlare di periferia, di rivalutare la periferia, quasi subito sento puzza di bruciato, mi fa lo stesso effetto di chi insiste senza motivo a tessere le lodi di qualcosa di cui in realtà non finisce per far altro che marcare l’inferiorità. Mi viene in mente questa considerazione banale, la stessa che con meno sciatteria fa anche Rem Koolhaas nel suo Junkspace – rivalutare la “periferia” vuol dire continuare a legittimare la posizione dominante del “centro” – quando chiedo ai ragazzini che incontro per strada qui, a Boccea, che cos’è il loro quartiere, qual è l aloro piazza, dove è il loro luogo dove sono cresciuti.
Perché, dopo averci pensato un po’, dopo essersi guardati intorno come se all’improvviso si ricordassero dov’è che sono capitati, questi spilungoni con le felpe enormi mi rispondono sempre indicandomi un punto verso il centro: là. Via di Boccea (la via con tutti i negozi). Oppure la fermata della metro. Oppure la sala giochi "che però bisogna almeno arrivare a Pineta Sacchetti".
Sempre qualcosa che li faccia pensare a un altrove. Il posto dove stanno, sono vissuti, abitano, è chiaramente insufficiente.
Del resto è anche facile dargli ragione. Se un sabato qualunque di inizio inverno camminate per le strade di questo quartiere che è uno dei tanti agglomerati romani di case abusive, post-abusive, condonate, ricostruite, ampliate, completamente ristrutturate, imbiancate, rifatte, la prima cosa che vi balza all’occhio può essere la quantità impressionante di centri di estetica. Come se insieme agli appartamenti anche agli esseri umani toccasse di continuo una dose di ritocco. Ci sono più centri di estetica/solarium che bar, per capirci. Ogni cento, alle volte ogni cinquanta metri, una vetrina vi dice quanto costa la ceretta, quanto rifarvi i capelli, un bagno solare, e soprattutto ricostruirvi le unghie. Una pratica sconosciuta a qualunque italiano fino a dieci? cinque? Anni fa, oggi l’onicotecnica dal nulla è uno dei settori economici più in crescita. Se non ce l’avete già, potreste farvene un’idea sul nuovo portale interamente dedicato (www.ricostruzioneunghie.com), su cui è possibile imparare come scegliere la giusta lampada UV per la ricostruzione delle unghie, e come mantenerla, correttamente, nel tempo.
Oppure potreste informarvi di uno dei numerosi corsi – anche individuali, anche personalizzati – di ricostruzione unghie che vengono reclamizzati sulle vetrine dei centri estetici di Boccea.
Non c’è rischio di inflazione per tutte queste estetiste, di saturazione del mercato, come si dice in gergo? La ragazza in camice seduta fuori dal centro a due vetrine mi sorride e mi risponde di no. E’ l’unica attività che va qui. Tutte le altre cose che aprono chiudono dopo poco. E’ vero, è vero che ce ne sono tanti. Ce ne sta uno due negozi appresso. Che te devo dì, se vede che a noi qua in periferia ce teniamo a facce belle.
Eppure la gente a Boccea per fortuna non è bella. Ed è questo, questa non bellezza, quest’aria stanca, sonnolenta, acciaccata, che uno respira qui, entrando a prendersi un caffè in un bar con in bicchieri lavati nell’acquaio, andandosi a controllare la posta in un phone center claustrofobico, o nel retro della sezione della ACLI che proprio oggi compie sessant’anni di attività o chiacchierando con i gestori dell’unica libreria presente che si lamentano a turno del fatto che ormai Mondatori gli fa concorrenza attraverso la distribuzione dei best-seller nelle edicole e che le Poste gli tolgono gran parte del mercato dei libri scolastici e che gli insegnanti alle volte consigliano Moccia da leggere agli studenti, o passeggiando per i corridoi della parrocchia di San Filippo Neri per cercare qualcuno a cui chiedere se è vero quello che mi hanno detto vari ragazzini, ossia che il parroco ha chiuso l’oratorio per motivi di sicurezza e adesso lo fa usare come parcheggio, ed è questo, dicevo, questo senso di debolezza, di fiacca che mi fa sentire a casa nella periferia romana. Anzi: mi fa sentire come se la periferia romana fosse casa mia.
Mi spiego meglio, facendo un esempio sproporzionato. Una decina di anni fa ascoltai dal vivo, al Festival di Letteratura di Mantova, Edward Said, poco prima che la leucemia cronicizzata lo stroncasse, che parlava della questione palestinese, parlava di diritto al ritorno, e parlava del fatto che lui una casa dove tornare, ora che era vecchio e malato, non ce l’aveva, perché gliel’avevano distrutta, e perché da decenni avevano occupato la sua terra. Citandoun verso famoso di Robert Frost, sentenziava: "La tua casa è quel posto dove, se ci devi andare, sono costretti a farti entrare".
Mentre ero lì a Mantova ad ascoltare quest’uomo in fin di vita che era al tempo stesso uno dei più grandi intellettuali del Novecento, mi ricordo che pensai qual è il posto dove, seppure perdessi affetti, parenti, legami, vorrei tornare per sentirmi a casa. E mi venne in mente proprio l’immagine di questa periferia romana, con la sua assoluta coesistenza di squallore e pomeridiana bellezza, la sua – la definirei – mancanza di ansia da prestazione. Un senso di casa che permette – per dire – ai vecchi che passeggiano a Boccea di scendere a fare la spesa praticamente in pigiama, di stare ore seduti sul balcone a guardare il nulla. Questa normalità, questa pace eternamente postprandiale mi sembra l’opposto, della quiete artificiale di quella che Rem Koolhaas attribuisce ala Città Generica (sempre in Junkspace).
La città Generica è un modello di trasformazione, consapevole e inconsapevole, che secondo l’architetto olandese attraversa oggi le realtà urbane dell’intero pianeta, rendendole simili a dei cloni di se stesse. Abbellendole, rendendole funzionali, lasciando intatta la loro identità ma di fatto museificandola. E’ una città variegatissima la Città Generica, ma al tempo stesso anonima nella sua assoluta capacità di essere tutto e il contrario di tutto. Una specie di grande patina di restyling che reimpacchetta tutto, quartieri poveri e quartieri ricchi, rovine antiche e palazzoni novecenteschi, in un luogo unitario dove non esiste più però quella che è la caratteristica principale di una città: l’imprevedibilità, la tensione fra le parti. La vita.
Mi verrebbe da fare questo discorso, mi verrebbe da indicare le scalette che si insinuano fra un cortile e l’uscita secondaria di un ristorante cinese, o gli orti ricavati nel retro di villette costruite un piano diverso dall’altro, o l’umidità che cristallizza i Sali di solfato nel cemento e quindi fa gonfiare l’intonaco e lo fa scoppiare dall’interno e cadere, mi verrebbe da dire che in un contesto così, che in questo tipo di città, di corpo molle, bucato, tarlato, storto, io mi sento a casa. Lo farei questo discorso da ubriaco, se non apparisse un cervellotico delirio, alle quindicenni che a quest’ora, alle cinque, si dirigono verso la fermata Cornelia della metro A, per andare a fare un po’ di struscio a Piazza di Spagna. I capelli ipercotonati, le sopracciglia ridotte a una linea, le unghie splendidamente rifatte, è come se dovessero andare a dimostrare a qualcuno, a qualcosa, di essere anche loro all’altezza delle città in cui abitano. La non bellezza è meravigliosa, vorrei dirgli.